Disabilità non è una questione di ruote ma di sguardi

Disabilità non vuol dire solo avere due ruote
Ridurre la disabilità all’immagine di una sedia a rotelle è uno degli errori culturali più diffusi. La disabilità non è un simbolo unico, non ha un volto standard, spesso è silenziosa, invisibile, quotidiana. 
Esistono difficoltà che non si notano a colpo d’occhio ma che incidono profondamente sulla vita delle persone: nell’accesso al lavoro, nei rapporti sociali, nella scuola, nei servizi, nella mobilità, nel linguaggio. Pensare che la disabilità sia “solo avere due ruote” significa semplificare una realtà complessa. La vera barriera, oggi, non è solo architettonica. È culturale. È lo sguardo che giudica prima di capire, è il sistema che chiede alle persone di adattarsi invece di adattarsi alle persone. È una società che accetta l’inclusione solo quando è comoda, celebrativa, episodica, ma fatica a praticarla nel quotidiano.
Parlare di disabilità significa riconoscere che la fragilità non è un’eccezione, ma una condizione che può riguardare chiunque, in qualsiasi momento della vita.

Un mondo davvero civile non è quello che si commuove davanti alla disabilità, ma quello che la include senza clamore, garantendo accesso, ascolto e rispetto. Perché la disabilità non è una questione di ruote, ma di sguardi. 

La Violenza contro le Persone Fragili

 Una sconfitta che riguarda tutti
Non è solo un fatto di cronaca. È il sintomo di qualcosa che nella nostra società continua a non funzionare. L’aggressione ai danni di una persona con disabilità, avvenuta nei giorni scorsi, riporta alla luce una domanda che dovrebbe inquietarci più del singolo episodio: come è possibile che nel 2026 si verifichino ancora atti di violenza così gratuiti verso chi è più fragile?
La risposta non può essere ridotta alla responsabilità individuale di chi colpisce. Certo, il gesto va condannato senza attenuanti. Ma fermarsi lì sarebbe comodo e insufficiente. Perché episodi del genere. La violenza contro le persone fragili nasce quasi sempre da uno squilibrio di potere: chi colpisce lo fa perché percepisce l’altro come “meno”, come bersaglio facile. 
Un elemento inquietante è la spettacolarizzazione della violenza. Riprendere, condividere, commentare un’aggressione come se fosse contenuto da consumare rivela una pericolosa anestesia morale. 
Se vogliamo davvero parlare di prevenzione, il punto di partenza non può che essere la cultura. La sensibilizzazione non è uno slogan, ma un processo continuo che deve attraversare scuola, famiglia, istituzioni, media. Educare al rispetto delle differenze, insegnare che la fragilità non è una colpa ma una condizione umana.  Servono politiche inclusive, certo, ma serve soprattutto un cambiamento di sguardo. Le persone fragili non devono essere percepite come un’eccezione da tollerare, bensì come parte integrante della comunità. L’inclusione reale passa dal linguaggio, dai comportamenti quotidiani, dalla capacità di intervenire quando si assiste a un’ingiustizia.
Una società si definisce civile non quando proclama valori astratti, ma quando li applica nella vita di tutti i giorni, e per come protegge chi è più vulnerabile.