Addio a Giovanni Fossati, l’uomo che ha restituito libertà attraverso i cani guida

C’è chi lascia un segno, e chi cambia la vita delle persone. Giovanni Fossati apparteneva alla seconda categoria. Si è spento a 83 anni, a Limbiate, presidente del Servizio Cani Guida Lions, realtà d’eccellenza che da decenni rappresenta un punto di riferimento per le persone con disabilità visiva. Sotto la sua guida, quel centro non è stato solo un luogo di addestramento, ma una vera fabbrica di autonomia, capace di trasformare il rapporto tra uomo e cane in uno strumento concreto di libertà.
Fossati non ha semplicemente diretto un’organizzazione: ha contribuito a restituire indipendenza, sicurezza e dignità a centinaia di persone non vedenti. Ogni cane guida assegnato, ogni passo compiuto senza paura, porta con sé una parte della sua visione. Era solito chiamarli “angeli a quattro zampe”. Un’espressione che racconta molto più di un progetto: racconta un’idea di inclusione fatta di gesti concreti, silenziosi ma potentissimi. Negli anni, il suo impegno è stato riconosciuto anche istituzionalmente, come nel 2024 con il conferimento del Premio Rosa Camuna, simbolo di un lavoro che ha saputo unire competenza, umanità e senso del servizio.  Oggi resta il vuoto umano, ma anche un’eredità immensa: quella di un modello che dimostra come l’inclusione non sia solo un principio, ma una pratica quotidiana fatta di cura, dedizione e visione. Perché la vera forza di Giovanni Fossati non è stata solo quella di guidare un centro.
È stata quella di insegnare, ogni giorno, cosa significa restituire libertà agli altri.

 

Dove gli adulti vedono limiti, i bambini vedono amore

Erika è una maestra d’asilo nonostante la sindrome di Down, ma con tutto ciò che la rende speciale. Da oltre dieci anni lavora in una scuola dell’infanzia a San Fior, dove ogni giorno accompagna i bambini con una sensibilità che molti definiscono rara. Non è solo un supporto: è presenza, empatia, sorriso. Ed è proprio questo che la rende unica.  Perché i bambini, a differenza degli adulti, non cercano etichette. Non vedono diagnosi. Non conoscono la cattiveria. Vedono chi li ascolta. Chi li abbraccia. Chi li capisce davvero. E in questo Erika è straordinaria. La sua storia non è solo un esempio di inclusione. È una lezione potente per tutti noi: il limite spesso non è nelle persone, ma nello sguardo di chi osserva. In un mondo che corre veloce e giudica ancora di più, Erika ci ricorda una verità semplice: la diversità non è un ostacolo, è una forma diversa di bellezza. E forse, se imparassimo a guardare il mondo con gli occhi dei bambini, scopriremmo che la cattiveria… non esiste davvero.

Daniele Terenzi: quando la danza supera ogni limite

La storia di Daniele Terenzi è una di quelle che non si limitano a emozionare, ma lasciano un segno profondo. Romano, classe 1988, Terenzi è oggi il primo ballerino al mondo a esibirsi con una protesi transfemorale, portando sul palco repertori di danza classica, neoclassica e latina. La sua vita cambia drasticamente nel 2018, quando un grave incidente lo costringe ad affrontare la perdita di una gamba e un lungo percorso di riabilitazione. Per molti sarebbe stata la fine di un sogno. Per lui, invece, è stato solo l’inizio di una nuova sfida.  Con determinazione e una forza fuori dal comune, Terenzi non solo torna a camminare, ma riesce a fare qualcosa che nessuno aveva mai fatto prima: danzare con una protesi progettata appositamente per il suo corpo e per la sua arte. Nel 2023 riceve anche il titolo di Étoile, riconoscimento che consacra il suo percorso artistico e umano. Ma la sua storia va oltre i premi: è un messaggio potente di inclusione, resilienza e possibilità. Daniele Terenzi oggi porta in scena una nuova idea di danza, dove la disabilità non è un limite ma una forma diversa di espressione. Un esempio concreto di come il talento, unito alla volontà, possa riscrivere le regole e trasformare le fragilità in forza.

 

Quando lo sport diventa incontro

La lezione di umanità delle Paralimpiadi
A volte il senso più profondo dello sport non si trova sul podio, ma nei momenti più semplici. È quello che è accaduto durante le Paralimpiadi invernali di Cortina, quando alcuni spettatori, tornando dalle gare, hanno incontrato casualmente su un autobus uno sciatore statunitense appena sceso dalla pista. �
il Dolomiti L’atleta, ancora immerso nelle emozioni della competizione, ha iniziato a raccontare la propria storia: allenamenti durissimi, sacrifici, difficoltà superate e la determinazione che lo ha portato fino ai Giochi paralimpici. Non c’era retorica nelle sue parole, ma una grande semplicità e umanità. In quel momento il confine tra atleta e pubblico è scomparso. Sul bus non c’era più un campione e dei tifosi, ma persone unite dalla stessa passione per lo sport e dalla consapevolezza che dietro ogni gara ci sono vite, sogni e sfide quotidiane. Le Paralimpiadi insegnano proprio questo: il valore della resilienza e della condivisione. Non sono soltanto un evento sportivo, ma un luogo di incontro dove le storie degli atleti diventano fonte di ispirazione per tutti. Lo spirito olimpico fatto di rispetto, emozione e vicinanza umana  prende forma proprio in momenti come questi.  Ed è forse questo il messaggio più bello: lo sport non è solo competizione, ma soprattutto un linguaggio universale capace di unire le persone e di ricordarci quanto sia straordinaria la forza dell’essere umano.