Non diversità, ma unicità

L’eredità di un mister che ha insegnato l’inclusione col cuore

Nel calcio giovanile italiano c’è una storia che va oltre il risultato e la classifica. È quella lasciata in eredità da Renzo Vergnani, allenatore ed educatore che ha fatto dell’inclusione una pratica quotidiana, prima ancora che un messaggio da raccontare.
A un mese dalla sua scomparsa, avvenuta il 10 dicembre 2025, il messaggio di Renzo era e resta chiaro: nel calcio, come nella vita, non esiste la diversità, ma l’unicità delle persone. Vergnani è stato per anni alla guida della scuola calcio Bimbi Sperduti ASD, un progetto nato per permettere a bambini e ragazzi, con e senza disabilità, di giocare insieme, condividendo regole, emozioni e crescita. Un’idea semplice nella forma, ma profonda nella sostanza, che ha reso il campo da gioco uno spazio realmente accessibile e umano. Tecnico con oltre trent’anni di esperienza riconosciuta dalla FIGC, Vergnani ha ricoperto anche il ruolo di Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio Amputati, portando competenze e sensibilità in un ambito dove lo sport diventa strumento di riscatto e consapevolezza. Ma chi lo ha conosciuto ricorda soprattutto il suo approccio: attenzione alle persone prima che agli atleti, rispetto prima della prestazione.

In un tempo in cui lo sport è spesso dominato da logiche di selezione e performance, l’esperienza di Renzo Vergnani ricorda che il calcio può essere ancora una scuola di vita, capace di includere, educare e unire. Un’eredità che resta viva ogni volta che un bambino scende in campo sentendosi, semplicemente, parte di una squadra.

    Ciao Renzo… 

 

 

Disabilità non è una questione di ruote ma di sguardi

Disabilità non vuol dire solo avere due ruote
Ridurre la disabilità all’immagine di una sedia a rotelle è uno degli errori culturali più diffusi. La disabilità non è un simbolo unico, non ha un volto standard, spesso è silenziosa, invisibile, quotidiana. 
Esistono difficoltà che non si notano a colpo d’occhio ma che incidono profondamente sulla vita delle persone: nell’accesso al lavoro, nei rapporti sociali, nella scuola, nei servizi, nella mobilità, nel linguaggio. Pensare che la disabilità sia “solo avere due ruote” significa semplificare una realtà complessa. La vera barriera, oggi, non è solo architettonica. È culturale. È lo sguardo che giudica prima di capire, è il sistema che chiede alle persone di adattarsi invece di adattarsi alle persone. È una società che accetta l’inclusione solo quando è comoda, celebrativa, episodica, ma fatica a praticarla nel quotidiano.
Parlare di disabilità significa riconoscere che la fragilità non è un’eccezione, ma una condizione che può riguardare chiunque, in qualsiasi momento della vita.

Un mondo davvero civile non è quello che si commuove davanti alla disabilità, ma quello che la include senza clamore, garantendo accesso, ascolto e rispetto. Perché la disabilità non è una questione di ruote, ma di sguardi. 

La Violenza contro le Persone Fragili

 Una sconfitta che riguarda tutti
Non è solo un fatto di cronaca. È il sintomo di qualcosa che nella nostra società continua a non funzionare. L’aggressione ai danni di una persona con disabilità, avvenuta nei giorni scorsi, riporta alla luce una domanda che dovrebbe inquietarci più del singolo episodio: come è possibile che nel 2026 si verifichino ancora atti di violenza così gratuiti verso chi è più fragile?
La risposta non può essere ridotta alla responsabilità individuale di chi colpisce. Certo, il gesto va condannato senza attenuanti. Ma fermarsi lì sarebbe comodo e insufficiente. Perché episodi del genere. La violenza contro le persone fragili nasce quasi sempre da uno squilibrio di potere: chi colpisce lo fa perché percepisce l’altro come “meno”, come bersaglio facile. 
Un elemento inquietante è la spettacolarizzazione della violenza. Riprendere, condividere, commentare un’aggressione come se fosse contenuto da consumare rivela una pericolosa anestesia morale. 
Se vogliamo davvero parlare di prevenzione, il punto di partenza non può che essere la cultura. La sensibilizzazione non è uno slogan, ma un processo continuo che deve attraversare scuola, famiglia, istituzioni, media. Educare al rispetto delle differenze, insegnare che la fragilità non è una colpa ma una condizione umana.  Servono politiche inclusive, certo, ma serve soprattutto un cambiamento di sguardo. Le persone fragili non devono essere percepite come un’eccezione da tollerare, bensì come parte integrante della comunità. L’inclusione reale passa dal linguaggio, dai comportamenti quotidiani, dalla capacità di intervenire quando si assiste a un’ingiustizia.
Una società si definisce civile non quando proclama valori astratti, ma quando li applica nella vita di tutti i giorni, e per come protegge chi è più vulnerabile.