Da piccoli sapevamo una cosa che da adulti sembriamo aver dimenticato. I nostri giochi rotti non perdevano valore. Quel supereroe senza una mano restava il più forte di tutti. Quella bambola un po’ consumata era la più bella, la più amata, la più scelta. Non li mettevamo da parte. Non finivano in cantina. Giocavano insieme agli altri, ogni giorno. Ecco, quel paradigma dovremmo portarlo con noi anche nella vita adulta.
Una persona che perde l’integrità fisica non perde la propria identità.
Non perde dignità. Non perde valore. Rimane una persona. E una persona di valore.
Non possiamo accettare l’idea che una difficoltà, un limite fisico o una disabilità diventino un motivo per essere messi ai margini, ignorati, ridotti a ciò che “manca”.
Perché ciò che conta davvero non si rompe.
Da bambini lo sapevamo istintivamente:
il valore non sta nella perfezione, ma nella presenza. Nell’essere parte del gioco.
Nell’essere insieme agli altri.
Forse crescere significa anche questo:
ritrovare quello sguardo semplice e vero
e ricordarci che nessuno merita di essere lasciato in disparte. Nemmeno nella vita.
Malattie Autoimmuni: Ciò che non si vede conta
Disabilità e malattie autoimmuni
Non tutte le disabilità sono evidenti. Non tutte le fragilità si manifestano con segni esteriori. Eppure, nella quotidianità, il riconoscimento sociale della disabilità sembra ancora legato quasi esclusivamente a ciò che è visibile. Le malattie autoimmuni e molte condizioni croniche ne sono l’esempio più emblematico: patologie spesso silenziose, intermittenti, ma profondamente invalidanti.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, milioni di persone nel mondo convivono con malattie croniche che incidono in modo significativo sulla qualità della vita, sulla capacità lavorativa e sulle relazioni sociali. Tuttavia, l’assenza di segni esteriori porta spesso a una sottovalutazione del disagio, alimentando l’incomprensione. Chi vive con una malattia autoimmune affronta una doppia sfida: da un lato il dolore fisico, la stanchezza cronica, le terapie invasive; dall’altro la necessità costante di “giustificare” il proprio stato. Frasi come “ma non sembri malato” o “ieri stavi bene” diventano ferite invisibili che si sommano a quelle cliniche.
Il concetto stesso di disabilità dovrebbe evolvere, abbandonando una visione rigida e riduttiva. La disabilità non è solo una condizione permanente o evidente, ma anche una limitazione funzionale che può variare nel tempo, incidendo profondamente sull’autonomia e sulla partecipazione sociale.
Raccontare le malattie autoimmuni come parte del più ampio tema della disabilità non significa creare etichette, ma abbattere muri. Significa restituire dignità a chi ogni giorno combatte battaglie silenziose, ricordando che l’inclusione autentica inizia quando impariamo a vedere anche ciò che non si vede.

Non diversità, ma unicità
L’eredità di un mister che ha insegnato l’inclusione col cuore
Nel calcio giovanile italiano c’è una storia che va oltre il risultato e la classifica. È quella lasciata in eredità da Renzo Vergnani, allenatore ed educatore che ha fatto dell’inclusione una pratica quotidiana, prima ancora che un messaggio da raccontare.
A un mese dalla sua scomparsa, avvenuta il 10 dicembre 2025, il messaggio di Renzo era e resta chiaro: nel calcio, come nella vita, non esiste la diversità, ma l’unicità delle persone. Vergnani è stato per anni alla guida della scuola calcio Bimbi Sperduti ASD, un progetto nato per permettere a bambini e ragazzi, con e senza disabilità, di giocare insieme, condividendo regole, emozioni e crescita. Un’idea semplice nella forma, ma profonda nella sostanza, che ha reso il campo da gioco uno spazio realmente accessibile e umano. Tecnico con oltre trent’anni di esperienza riconosciuta dalla FIGC, Vergnani ha ricoperto anche il ruolo di Commissario Tecnico della Nazionale di Calcio Amputati, portando competenze e sensibilità in un ambito dove lo sport diventa strumento di riscatto e consapevolezza. Ma chi lo ha conosciuto ricorda soprattutto il suo approccio: attenzione alle persone prima che agli atleti, rispetto prima della prestazione.In un tempo in cui lo sport è spesso dominato da logiche di selezione e performance, l’esperienza di Renzo Vergnani ricorda che il calcio può essere ancora una scuola di vita, capace di includere, educare e unire. Un’eredità che resta viva ogni volta che un bambino scende in campo sentendosi, semplicemente, parte di una squadra.
Ciao Renzo…
Disabilità non è una questione di ruote ma di sguardi
Disabilità non vuol dire solo avere due ruote
Ridurre la disabilità all’immagine di una sedia a rotelle è uno degli errori culturali più diffusi. La disabilità non è un simbolo unico, non ha un volto standard, spesso è silenziosa, invisibile, quotidiana.
Esistono difficoltà che non si notano a colpo d’occhio ma che incidono profondamente sulla vita delle persone: nell’accesso al lavoro, nei rapporti sociali, nella scuola, nei servizi, nella mobilità, nel linguaggio. Pensare che la disabilità sia “solo avere due ruote” significa semplificare una realtà complessa. La vera barriera, oggi, non è solo architettonica. È culturale. È lo sguardo che giudica prima di capire, è il sistema che chiede alle persone di adattarsi invece di adattarsi alle persone. È una società che accetta l’inclusione solo quando è comoda, celebrativa, episodica, ma fatica a praticarla nel quotidiano.
Parlare di disabilità significa riconoscere che la fragilità non è un’eccezione, ma una condizione che può riguardare chiunque, in qualsiasi momento della vita.
Un mondo davvero civile non è quello che si commuove davanti alla disabilità, ma quello che la include senza clamore, garantendo accesso, ascolto e rispetto. Perché la disabilità non è una questione di ruote, ma di sguardi.

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