Il golf ligure punta su sport e inclusione nel 2026

Sport, inclusione e territorio: il golf ligure presenta il programma 2026.

La Liguria punta sullo sport come strumento di incontro, inclusione e valorizzazione del territorio. È stato presentato a Genova, nella Sala Trasparenza della Regione Liguria, il programma ufficiale della stagione golfistica 2026 promosso dalla Delegazione regionale della Federazione Italiana Golf. Un calendario ricco di eventi che unisce sport, turismo e attenzione alla dimensione sociale dello sport. Il progetto coinvolgerà otto circoli e due campi pratica della regione, con appuntamenti distribuiti da marzo a dicembre. L’obiettivo è chiaro: rendere il golf sempre più accessibile, aperto e capace di raccontare la bellezza del territorio ligure attraverso percorsi immersi nella natura e panorami unici. Tra le iniziative più significative spiccano i progetti dedicati all’inclusione, come il programma “Golf Oltre Ogni Barriera”, che promuove l’avvicinamento allo sport per le persone con disabilità attraverso attività pratiche, incontri con atleti paralimpici e momenti educativi nei circoli coinvolti. Un segnale importante che dimostra come lo sport possa diventare un linguaggio universale, capace di superare ostacoli e differenze. Il golf, spesso percepito come disciplina di nicchia, si apre così a nuove comunità, trasformandosi in uno spazio di partecipazione, crescita e condivisione. In un tempo in cui lo sport è sempre più chiamato a costruire ponti sociali, iniziative come questa ricordano che l’inclusione non è solo un obiettivo, ma un percorso concreto da vivere insieme, passo dopo passo, colpo dopo colpo.

Marta, con la sindrome di Down, porta la sua voce fino all’ONU

Voglio scegliere per me 
Una storia di autonomia, diritti e autodeterminazione arriva dall’esperienza di Marta Sodano, giovane donna con sindrome di Down che ha avuto l’opportunità di portare la propria testimonianza fino alla sede delle Nazioni Unite. Il suo messaggio è chiaro: le persone con disabilità devono poter scegliere per la propria vita. Marta ha raccontato un percorso fatto di difficoltà ma anche di importanti conquiste. Durante l’infanzia e l’adolescenza ha dovuto affrontare momenti complicati, tra cui episodi di bullismo e pregiudizi legati alla sua condizione. Tuttavia, grazie al sostegno della famiglia e di chi ha creduto nelle sue capacità, è riuscita a costruire il proprio percorso di autonomia, arrivando oggi a lavorare e a partecipare attivamente a iniziative dedicate ai diritti delle persone con disabilità. Nel suo intervento Marta ha ribadito un concetto fondamentale: l’autodeterminazione. «Voglio scegliere per me», ha dichiarato, sottolineando quanto sia importante che le persone con disabilità possano prendere decisioni sulla propria vita, senza essere sostituite nelle scelte da altri. Un tema che riguarda da vicino il dibattito sui progetti di vita e sull’inclusione sociale. Spesso, infatti, il rischio è quello di un eccesso di protezione che, pur nascendo da buone intenzioni, finisce per limitare le possibilità di crescita e di autonomia delle persone con disabilità. La testimonianza di Marta sarà al centro anche di un incontro pubblico dedicato proprio ai percorsi di autonomia e inclusione, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di garantire a tutti le stesse opportunità. La sua storia rappresenta un esempio concreto di come l’inclusione non sia solo un principio, ma un processo che passa attraverso il riconoscimento dei diritti, della dignità e della libertà di scelta di ogni persona. Una voce che, partita dalla vita quotidiana, è arrivata fino alle Nazioni Unite per ricordare un principio semplice ma essenziale: ogni persona ha il diritto di essere protagonista della propria vita.

Inclusione non è uno slogan. È normalità.

Inclusione non ha bisogno di slogan
Spesso parliamo di disabilità e inclusione. Se ne parla nei dibattiti, nelle scuole, nei social, nei programmi televisivi. Eppure, troppo spesso, ciò che viene chiamato “inclusione” rischia di trasformarsi in rappresentazione. Mi è capitato di vedere persone con disabilità intellettiva ospitate in TV con addosso magliette con scritte che richiamano l’uguaglianza e inclusionre. Un messaggio che vorrebbe essere rassicurante. Positivo. Accettabile. Ma mi chiedo: perché c’è bisogno di dirlo?
Se devo sottolineare che “sono come te”, significa che, inconsciamente, sto tracciando una linea. Sto marcando una distanza. Sto evidenziando una differenza che non dovrebbe aver bisogno di essere giustificata. L’inclusione vera non ha bisogno di slogan stampati. Non ha bisogno di enfatizzare la fragilità per renderla visibile. Non ha bisogno di trasformare le persone in simboli. L’inclusione autentica è normalità. È invitare una persona per quello che sa fare, non per ciò che rappresenta.

È raccontare storie senza costruire eroi o vittime. La disabilità non è una scenografia.
Non è un contenuto emotivo da share. È parte della vita. E la vita, quando è vissuta insieme, non ha bisogno di spiegazioni. Forse il vero passo avanti sarà il giorno in cui non dovremo più scrivere “sono come te”. Perché avremo capito che nessuno deve dimostrare di esserlo. L’inclusione non si indossa. Si pratica. Ogni giorno. Con naturalezza. Ivan Loriso e Marco Fasanella
Fondatore e Collaboratore di Abileconte.it


 

La storia del taxi accessibile di Marco a Roma

Intervista a Marco D’alessio

Ivan Loriso: Marco, com’è nata l’idea del taxi accessibile? C’è stato un episodio preciso che ti ha fatto dire: “Devo farlo”? ​Marco: “Ivan, tutto è nato da un seme piantato molto tempo fa. Ho sempre guardato con profonda ammirazione i colleghi che garantivano il servizio di mobilità accessibile, perché capivo quanto fosse vitale. Lavorando all’epoca come sostituto alla guida, però, l’investimento per un mezzo attrezzato era troppo alto e l’incertezza mi frenava. La vera scintilla, il momento in cui mi sono detto ‘Devo farlo’, è arrivata con il concorso del Comune di Roma per le 200 nuove licenze per la mobilità universale. Quando ho partecipato, mi è stata data una scelta chiara: taxi ordinario o taxi attrezzato. Scegliere l’accessibilità è stato del tutto naturale. Ho ripensato a quell’ammirazione che provavo e ho capito che era finalmente arrivato il mio turno di trasformarla in azione, mettendomi in prima persona a disposizione di chi ha più bisogno di muoversi senza barriere.” Ivan Loriso: Prima di questo progetto, che percorso professionale avevi fatto?
​Marco: “Il mio percorso non è stato facile ed è stato tutto in salita. Prima di avvicinarmi a questo mondo, ho vissuto la chiusura drammatica dell’azienda di falegnameria di famiglia in cui lavoravo. Avendo il ruolo formale di amministratore, mi sono ritrovato a portare il peso di una crisi pesantissima, pagandone le conseguenze in prima persona. Questo mi ha bloccato economicamente per anni, impedendomi di accedere al credito per avviare una mia attività. Dopo un periodo buio e senza lavoro, ho iniziato a fare il sostituto alla guida sui taxi. L’ho fatto per ben 11 anni. Conosco queste strade e i sacrifici di questo mestiere come le mie tasche. Ecco perché il bando del Comune è stato per me una sorta di miracolo. A 40 anni, dopo aver guidato per una vita le auto degli altri, ho avuto l’occasione di prendere le redini del mio destino. Potevo finalmente fare una scelta totalmente mia. E ho scelto di dedicare la mia licenza alla mobilità accessibile.”
​Ivan Loriso: Quanto ha influito la tua sensibilità personale verso il tema della disabilità? ​Marco: “Ha influito tantissimo, e credo che la radice profonda sia proprio in ciò che ho passato personalmente. Per anni ho vissuto cosa significa sentirsi in trappola e subire una situazione che ti toglie il diritto fondamentale di scegliere della tua vita. Quando provi sulla tua pelle la sensazione di non avere vie d’uscita, impari a riconoscere quello stesso ostacolo nella vita degli altri. Quando vedi una persona con disabilità scontrarsi con le barriere di una grande città, vedi esattamente questo: una libertà negata. ​C’è un episodio preciso che mi ha segnato. Facevo ancora il sostituto alla guida. Era una giornata di lavoro intenso e, nel giro di un’ora e mezza, mi capitò di fare tre corse diverse verso la Stazione Termini. La prima volta notai una persona in carrozzina in attesa. Alla seconda corsa, era ancora lì. Alla terza corsa, un’ora e mezza dopo… era sempre lì, ferma ad aspettare un mezzo accessibile che non arrivava mai. Io guidavo un’auto standard e provai una frustrazione enorme per la mia impotenza. Oggi il mio obiettivo è ribaltare quella scena. Per me ‘Sensibilità’ significa far sì che chi sale a bordo non si senta un problema da gestire, ma un cliente accolto e ascoltato. Ma l’empatia da sola non basta: deve trasformarsi in soluzioni. Per questo a settembre ho lanciato una petizione su Change.org per proporre il ‘Passaporto Digitale’ per le carrozzine. Serve per avere un abbinamento sicuro e immediato tra la persona e il veicolo adatto alle sue necessità, evitando attese estenuanti. E devo dire che la risposta è stata incredibile: abbiamo già superato le 26.000 firme! Colgo l’occasione per invitare chi ci legge a cercarla su Change.org e firmarla. Più siamo, più la nostra voce sarà forte e ascoltata.” ​Ivan Loriso: Ricevi più richieste da persone con disabilità motorie o anche da anziani? Marco: “La bellezza di questo lavoro è che nessuna giornata è uguale all’altra. Il mio è un taxi per la ‘mobilità universale’, il che significa che è un servizio rivolto davvero a tutti. Ci sono giorni, magari nel fine settimana, in cui lavoro tantissimo con i turisti in visita a Roma. Durante la settimana, invece, le richieste cambiano: ricevo molte chiamate sia da anziani che da persone con disabilità motorie, spesso per raggiungere cliniche o ospedali. È un servizio vitale per la loro quotidianità. A Roma, tantissime persone non sono ancora a conoscenza dell’esistenza di questi taxi attrezzati. Molti anziani o ragazzi rinunciano a muoversi perché semplicemente non sanno che c’è una soluzione. Dobbiamo far sapere a tutti che questa possibilità c’è. Ivan Loriso: Se dovessi definire il tuo taxi con una parola sola, quale sarebbe? Marco: “Normalità. So che può sembrare una parola banale, ma per chi vive una disabilità motoria, oggi, la normalità è spesso il traguardo più difficile da raggiungere. Attualmente, quando una persona in carrozzina riesce a trovare un mezzo attrezzato senza dover aspettare ore  e torno con la mente a quell’immagine alla Stazione Termini, sembra quasi di aver assistito a un miracolo o a un colpo di fortuna. Ma l’accessibilità non può essere una lotteria. ​Normalità significa poter decidere all’ultimo minuto di uscire a mangiare una pizza o fare una visita medica senza l’ansia di come arrivarci. Voglio che il mio veicolo non venga più etichettato come ‘il taxi per disabili’, ma semplicemente come un taxi. Un mezzo al servizio di tutti. ​Però, Ivan, fammi aggiungere una cosa importante su questo sogno di una Roma davvero accessibile. Se oggi non è ancora la ‘normalità’, è anche perché ci sono ostacoli enormi per noi tassisti. Trasformare una macchina installando il pianale ribassato costa circa 15.000 euro. È una cifra che scoraggia tantissimi colleghi che magari vorrebbero abbracciare questa causa. In più, al momento siamo quasi obbligati a scegliere solo auto diesel, perché la modifica al pianale andrebbe a intaccare le batterie dei mezzi ibridi o elettrici. E considerando che da gennaio di quest’anno il diesel è arrivato a costare più della benzina, i costi di gestione sono diventati altissimi. ​Per far sì che l’inclusione diventi davvero la normalità, servirebbe un sostegno concreto per i tassisti che sposano questa causa, e mi auspico che arrivino presto degli aggiornamenti sulle vetture per darci più scelta. Solo lavorando insieme su questi aspetti il mio sogno potrà realizzarsi: una città dove chiamare un taxi accessibile sarà, per l’appunto, la cosa più normale del mondo.