Siamo tutti grati ad Alex Zanardi

Ci sono storie che non si limitano a essere raccontate. Restano. Si insinuano dentro, cambiano il modo in cui guardiamo le difficoltà, ci obbligano a rimettere a fuoco il senso stesso della parola “resistere”. La storia di Alex Zanardi è una di queste.
Zanardi non è stato solo un campione dello sport. È stato, un simbolo concreto di ciò che significa cadere e trovare, ogni volta, un motivo per rialzarsi. Dopo l’incidente del 2001 che gli costò entrambe le gambe, il mondo si fermò per un attimo. Ma lui no. Lui ha scelto di ripartire, di reinventarsi, di tornare a vivere con una forza che non si insegna, ma si trasmette. Per chi vive una condizione di fragilità fisica, emotiva o esistenziale  la sua storia non è solo ammirazione. È specchio. È possibilità. È la dimostrazione che anche quando tutto sembra spezzato, qualcosa dentro può ancora ricomporsi, più forte di prima.
La sua carriera nella handbike, le vittorie paralimpiche, il sorriso mai perso: ogni tassello racconta una verità semplice e potente  non siamo ciò che perdiamo, ma ciò che scegliamo di costruire dopo. E poi c’è il suo libro,  un dialogo sincero con la vita. Una dichiarazione d’amore verso ciò che resta, verso ciò che può ancora nascere, nonostante tutto.  Zanardi ci ha insegnato che la forza non è assenza di dolore. È la capacità di attraversarlo senza smettere di credere. Di credere che una strada, anche diversa da quella immaginata, esiste ancora. E forse è proprio questo il suo insegnamento più grande: non mollare non è un atto eroico. È una scelta quotidiana. 
Una scelta che, grazie a lui, oggi sappiamo di poter fare anche noi. Ciao Alex…grazie di tutto

 

Il Primo Maggio che non si vede

C’è un Primo Maggio che non fa rumore, che non riempie piazze né palchi, ma attraversa silenziosamente le case di migliaia di famiglie. È il Primo Maggio dei caregiver familiari: uomini e donne che ogni giorno si prendono cura di chi non può farcela da solo, senza orari, senza pause, senza riconoscimento.
Mentre il mondo celebra il lavoro, loro continuano a lavorare nell’ombra. Un lavoro che non ha ferie né malattia, che non prevede stipendio né contributi, ma che sostiene, di fatto, un pezzo fondamentale del nostro sistema sociale e sanitario. È un impegno totale, spesso invisibile, che consuma energie fisiche ed emotive, ma che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. In questo Primo Maggio, allora, vale la pena fermarsi un attimo e guardare dove spesso non guardiamo. Perché c’è un lavoro che non si vede, ma senza il quale tutto il resto, semplicemente, non reggerebbe.

Non sono uomini. Sono uomini piccoli.

La violenza sulle donne non nasce all’improvviso. Comincia quando la sua libertà viene scambiata per una colpa. Quando il possesso viene chiamato amore. Ma l’amore non ferisce, non limita, non spegne. L’amore non mette paura. Chi usa la forza per dominare una donna non è un uomo forte. È un uomo piccolo, incapace di rispettare la vita, la libertà e la dignità di chi ha accanto. Ogni femminicidio non è solo una tragedia privata. È il fallimento di una società che troppo spesso arriva tardi, ascolta poco, sottovaluta i segnali. Serve insegnare che amare non significa possedere, che la gelosia non è una prova d’amore, che nessuna donna deve sentirsi in pericolo dentro una relazione. Il silenzio, davanti alla violenza, diventa complicità. Stop alla violenza sulle donne.
Sempre.

Addio a Giovanni Fossati, l’uomo che ha restituito libertà attraverso i cani guida

C’è chi lascia un segno, e chi cambia la vita delle persone. Giovanni Fossati apparteneva alla seconda categoria. Si è spento a 83 anni, a Limbiate, presidente del Servizio Cani Guida Lions, realtà d’eccellenza che da decenni rappresenta un punto di riferimento per le persone con disabilità visiva. Sotto la sua guida, quel centro non è stato solo un luogo di addestramento, ma una vera fabbrica di autonomia, capace di trasformare il rapporto tra uomo e cane in uno strumento concreto di libertà.
Fossati non ha semplicemente diretto un’organizzazione: ha contribuito a restituire indipendenza, sicurezza e dignità a centinaia di persone non vedenti. Ogni cane guida assegnato, ogni passo compiuto senza paura, porta con sé una parte della sua visione. Era solito chiamarli “angeli a quattro zampe”. Un’espressione che racconta molto più di un progetto: racconta un’idea di inclusione fatta di gesti concreti, silenziosi ma potentissimi. Negli anni, il suo impegno è stato riconosciuto anche istituzionalmente, come nel 2024 con il conferimento del Premio Rosa Camuna, simbolo di un lavoro che ha saputo unire competenza, umanità e senso del servizio.  Oggi resta il vuoto umano, ma anche un’eredità immensa: quella di un modello che dimostra come l’inclusione non sia solo un principio, ma una pratica quotidiana fatta di cura, dedizione e visione. Perché la vera forza di Giovanni Fossati non è stata solo quella di guidare un centro.
È stata quella di insegnare, ogni giorno, cosa significa restituire libertà agli altri.