Tre ragazzi che scelgono di trasformare la propria storia in qualcosa che può aiutare gli altri.

Tre ragazzi.Tre storie diverse.Tre modi completamente differenti di raccontare la disabilità. Ma la stessa voglia di rompere gli schemi.
Nella foto ci sono Sebastiano Gravina Videociecato⁠, Riccardo Aldighieri⁠ e Ivan Loriso con il progetto Abileconte.it⁠
Tre “mattacchioni”, sì. Ma anche tre persone che, ognuna a modo suo, stanno cambiando il modo in cui si parla di fragilità e inclusione.
Sebastiano Gravina, conosciuto sui social come “Videociecato”, racconta la vita da non vedente con ironia intelligente, autoironia e leggerezza, trasformando ciò che spesso viene visto come un limite in uno strumento per avvicinare le persone.
Riccardo Aldighieri, creator seguito da milioni di ragazzi, porta sui social la sua quotidianità con la paralisi cerebrale infantile, usando il sorriso e la spontaneità per dimostrare che la disabilità non cancella sogni, carattere e personalità. Il suo motto è chiaro: “rendere la propria debolezza un punto di forza”. 
E poi ci sono io, Ivan Loriso, che attraverso il blog Abileconte.it provo ogni giorno a raccontare la fragilità, dando voce a storie vere, difficili, ma anche piene di dignità, coraggio e umanità. Forse il bello di questa foto è proprio questo: non ci sono supereroi. Ci sono persone vere, con i propri limiti, le proprie cicatrici e la voglia di vivere senza nascondersi. Perché l’inclusione vera nasce anche così: da una risata, da una foto insieme, da tre ragazzi che scelgono di trasformare la propria storia in qualcosa che può aiutare gli altri.

Siamo tutti grati ad Alex Zanardi

Ci sono storie che non si limitano a essere raccontate. Restano. Si insinuano dentro, cambiano il modo in cui guardiamo le difficoltà, ci obbligano a rimettere a fuoco il senso stesso della parola “resistere”. La storia di Alex Zanardi è una di queste.
Zanardi non è stato solo un campione dello sport. È stato, un simbolo concreto di ciò che significa cadere e trovare, ogni volta, un motivo per rialzarsi. Dopo l’incidente del 2001 che gli costò entrambe le gambe, il mondo si fermò per un attimo. Ma lui no. Lui ha scelto di ripartire, di reinventarsi, di tornare a vivere con una forza che non si insegna, ma si trasmette. Per chi vive una condizione di fragilità fisica, emotiva o esistenziale  la sua storia non è solo ammirazione. È specchio. È possibilità. È la dimostrazione che anche quando tutto sembra spezzato, qualcosa dentro può ancora ricomporsi, più forte di prima.
La sua carriera nella handbike, le vittorie paralimpiche, il sorriso mai perso: ogni tassello racconta una verità semplice e potente  non siamo ciò che perdiamo, ma ciò che scegliamo di costruire dopo. E poi c’è il suo libro,  un dialogo sincero con la vita. Una dichiarazione d’amore verso ciò che resta, verso ciò che può ancora nascere, nonostante tutto.  Zanardi ci ha insegnato che la forza non è assenza di dolore. È la capacità di attraversarlo senza smettere di credere. Di credere che una strada, anche diversa da quella immaginata, esiste ancora. E forse è proprio questo il suo insegnamento più grande: non mollare non è un atto eroico. È una scelta quotidiana. 
Una scelta che, grazie a lui, oggi sappiamo di poter fare anche noi. Ciao Alex…grazie di tutto

 

Il Primo Maggio che non si vede

C’è un Primo Maggio che non fa rumore, che non riempie piazze né palchi, ma attraversa silenziosamente le case di migliaia di famiglie. È il Primo Maggio dei caregiver familiari: uomini e donne che ogni giorno si prendono cura di chi non può farcela da solo, senza orari, senza pause, senza riconoscimento.
Mentre il mondo celebra il lavoro, loro continuano a lavorare nell’ombra. Un lavoro che non ha ferie né malattia, che non prevede stipendio né contributi, ma che sostiene, di fatto, un pezzo fondamentale del nostro sistema sociale e sanitario. È un impegno totale, spesso invisibile, che consuma energie fisiche ed emotive, ma che raramente trova spazio nel dibattito pubblico. In questo Primo Maggio, allora, vale la pena fermarsi un attimo e guardare dove spesso non guardiamo. Perché c’è un lavoro che non si vede, ma senza il quale tutto il resto, semplicemente, non reggerebbe.

Non sono uomini. Sono uomini piccoli.

La violenza sulle donne non nasce all’improvviso. Comincia quando la sua libertà viene scambiata per una colpa. Quando il possesso viene chiamato amore. Ma l’amore non ferisce, non limita, non spegne. L’amore non mette paura. Chi usa la forza per dominare una donna non è un uomo forte. È un uomo piccolo, incapace di rispettare la vita, la libertà e la dignità di chi ha accanto. Ogni femminicidio non è solo una tragedia privata. È il fallimento di una società che troppo spesso arriva tardi, ascolta poco, sottovaluta i segnali. Serve insegnare che amare non significa possedere, che la gelosia non è una prova d’amore, che nessuna donna deve sentirsi in pericolo dentro una relazione. Il silenzio, davanti alla violenza, diventa complicità. Stop alla violenza sulle donne.
Sempre.