Giornata Internazionale della Donna 2026

LA DONNA, IL SUO VALORE 
Si parla spesso dei diritti della donna, ed è giusto farlo. È doveroso ricordare le conquiste ottenute,  
le battaglie combattute, i traguardi raggiunti con determinazione e sacrificio. Ma oltre ai diritti, è  
importante parlare del valore. Perché il valore non è qualcosa che si conquista fuori: è qualcosa che  
nasce dentro.  La donna è il centro della famiglia, con il suo amore, la sua protezione e la sua dedizione. È colei  che crea legami, che tiene unite le relazioni, che percepisce ciò che non viene detto. È il sostegno  
dell’uomo, ne conosce le fragilità ed è spesso l’unica capace di incoraggiarlo senza secondi fini. La  
donna ha una visione profonda delle cose e delle situazioni: coglie i dettagli, intuisce i cambiamenti, sente prima ancora di vedere.  La donna è bella. Dentro e fuori.  È insostituibile e preziosa. Nella fragilità trova la sua forza: una forza silenziosa, resiliente, capace di rialzarsi dopo ogni  caduta. Una forza che non ha bisogno di gridare per essere riconosciuta, ma che va rispettata e protetta.  In queste righe mi rivolgo alle donne, per ricordare loro — e a me per prima — che non possiamo pretendere rispetto se non siamo noi le prime a rispettarci. Il rispetto non si impone, si trasmette. E inizia da come ci guardiamo allo specchio, da come parliamo di noi stesse, da come ci presentiamo al mondo. Mi occupo di immagine femminile e ogni giorno mi accorgo di come, attraverso il modo in cui molte donne si vestono, purtroppo spesso non comunichino chi sono realmente. L’immagine non è superficialità: è linguaggio. È il primo messaggio che inviamo ancora prima di parlare. È il riflesso della percezione che abbiamo di noi stesse.  Il modo in cui rispettiamo la nostra natura e la nostra bellezza riflette ciò che inconsciamente pensiamo di noi. Se non ci sentiamo abbastanza, se non crediamo nel nostro valore, questo si manifesterà anche all’esterno. Talvolta trasmettiamo un’immagine che non ci rende giustizia, che sminuisce la nostra intelligenza, la nostra sensibilità, la nostra forza. Da piccola, mio papà soleva ricordarmi che, proprio perché ero femmina, avrei dovuto diventare più  brava degli uomini in qualsiasi cosa avessi scelto di fare da grande. Crescendo ho dovuto constatare  che, in molti contesti, aveva ragione. Ma ho anche capito che non si trattava solo di essere “più  brave”. Molto dipendeva dalla percezione che avevo di me stessa, dalla sicurezza con cui mi  presentavo, dalla convinzione interiore di meritare spazio, ascolto, rispetto. Quella percezione inevitabilmente la trasmettevo all’esterno.  È difficile farsi rispettare se siamo noi le prime a non credere in noi stesse, a non avere fiducia nelle nostre capacità, a non saper comunicare — anche attraverso la nostra immagine — ciò che siamo   davvero. L’autostima non è arroganza: è consapevolezza. È sapere chi siamo, quali sono i nostri valori, quali limiti non permettiamo vengano superati.  Mi rivolgo soprattutto alle più giovani, che stanno ancora costruendo la propria identità. State crescendo, imparando a relazionarvi con gli amici; magari avete già il fidanzato. Forse non avete ancora le idee chiare su cosa vorreste fare da grandi, oppure state frequentando l’università o avete iniziato il vostro primo impiego. È un periodo delicato, fatto di scoperte e di insicurezze, di entusiasmo e di dubbi. In questa fase è facile cercare conferme all’esterno. È facile adattarsi per piacere, per essere accettate, per sentirsi parte di un gruppo. Ma ricordatevi che la vera forza sta nel restare fedeli a voi stesse. Non svendete il vostro valore per ottenere attenzioni momentanee. Non riducete la vostra luce per non mettere in ombra qualcuno. Qualsiasi cosa stiate facendo, in qualunque fase della vostra vita vi troviate, ricordatevi di essere le prime a rispettare la vostra nobile natura di donna. Coltivate la vostra mente, abbiate cura del vostro corpo, scegliete con attenzione le parole che usate per definirvi. Circondatevi di persone che vi incoraggiano a crescere, non a rimpicciolirvi.

Datevi valore. Ogni giorno. Nelle piccole scelte, nei dettagli, nei gesti quotidiani.
Vi assicuro che ne sarete premiate. Non sempre immediatamente, ma nel tempo. Perché una donna
che conosce il proprio valore cammina in modo diverso, parla in modo diverso, vive in modo
diverso. Buona Festa della Donna a tutte, di cuore.
Alina Balijja

 

Inclusione non è uno slogan. È normalità.

Inclusione non ha bisogno di slogan
Spesso parliamo di disabilità e inclusione. Se ne parla nei dibattiti, nelle scuole, nei social, nei programmi televisivi. Eppure, troppo spesso, ciò che viene chiamato “inclusione” rischia di trasformarsi in rappresentazione. Mi è capitato di vedere persone con disabilità intellettiva ospitate in TV con addosso magliette con scritte che richiamano l’uguaglianza e inclusionre. Un messaggio che vorrebbe essere rassicurante. Positivo. Accettabile. Ma mi chiedo: perché c’è bisogno di dirlo?
Se devo sottolineare che “sono come te”, significa che, inconsciamente, sto tracciando una linea. Sto marcando una distanza. Sto evidenziando una differenza che non dovrebbe aver bisogno di essere giustificata. L’inclusione vera non ha bisogno di slogan stampati. Non ha bisogno di enfatizzare la fragilità per renderla visibile. Non ha bisogno di trasformare le persone in simboli. L’inclusione autentica è normalità. È invitare una persona per quello che sa fare, non per ciò che rappresenta.

È raccontare storie senza costruire eroi o vittime. La disabilità non è una scenografia.
Non è un contenuto emotivo da share. È parte della vita. E la vita, quando è vissuta insieme, non ha bisogno di spiegazioni. Forse il vero passo avanti sarà il giorno in cui non dovremo più scrivere “sono come te”. Perché avremo capito che nessuno deve dimostrare di esserlo. L’inclusione non si indossa. Si pratica. Ogni giorno. Con naturalezza. Ivan Loriso e Marco Fasanella
Fondatore e Collaboratore di Abileconte.it


 

La storia del taxi accessibile di Marco a Roma

Intervista a Marco D’alessio

Ivan Loriso: Marco, com’è nata l’idea del taxi accessibile? C’è stato un episodio preciso che ti ha fatto dire: “Devo farlo”? ​Marco: “Ivan, tutto è nato da un seme piantato molto tempo fa. Ho sempre guardato con profonda ammirazione i colleghi che garantivano il servizio di mobilità accessibile, perché capivo quanto fosse vitale. Lavorando all’epoca come sostituto alla guida, però, l’investimento per un mezzo attrezzato era troppo alto e l’incertezza mi frenava. La vera scintilla, il momento in cui mi sono detto ‘Devo farlo’, è arrivata con il concorso del Comune di Roma per le 200 nuove licenze per la mobilità universale. Quando ho partecipato, mi è stata data una scelta chiara: taxi ordinario o taxi attrezzato. Scegliere l’accessibilità è stato del tutto naturale. Ho ripensato a quell’ammirazione che provavo e ho capito che era finalmente arrivato il mio turno di trasformarla in azione, mettendomi in prima persona a disposizione di chi ha più bisogno di muoversi senza barriere.” Ivan Loriso: Prima di questo progetto, che percorso professionale avevi fatto?
​Marco: “Il mio percorso non è stato facile ed è stato tutto in salita. Prima di avvicinarmi a questo mondo, ho vissuto la chiusura drammatica dell’azienda di falegnameria di famiglia in cui lavoravo. Avendo il ruolo formale di amministratore, mi sono ritrovato a portare il peso di una crisi pesantissima, pagandone le conseguenze in prima persona. Questo mi ha bloccato economicamente per anni, impedendomi di accedere al credito per avviare una mia attività. Dopo un periodo buio e senza lavoro, ho iniziato a fare il sostituto alla guida sui taxi. L’ho fatto per ben 11 anni. Conosco queste strade e i sacrifici di questo mestiere come le mie tasche. Ecco perché il bando del Comune è stato per me una sorta di miracolo. A 40 anni, dopo aver guidato per una vita le auto degli altri, ho avuto l’occasione di prendere le redini del mio destino. Potevo finalmente fare una scelta totalmente mia. E ho scelto di dedicare la mia licenza alla mobilità accessibile.”
​Ivan Loriso: Quanto ha influito la tua sensibilità personale verso il tema della disabilità? ​Marco: “Ha influito tantissimo, e credo che la radice profonda sia proprio in ciò che ho passato personalmente. Per anni ho vissuto cosa significa sentirsi in trappola e subire una situazione che ti toglie il diritto fondamentale di scegliere della tua vita. Quando provi sulla tua pelle la sensazione di non avere vie d’uscita, impari a riconoscere quello stesso ostacolo nella vita degli altri. Quando vedi una persona con disabilità scontrarsi con le barriere di una grande città, vedi esattamente questo: una libertà negata. ​C’è un episodio preciso che mi ha segnato. Facevo ancora il sostituto alla guida. Era una giornata di lavoro intenso e, nel giro di un’ora e mezza, mi capitò di fare tre corse diverse verso la Stazione Termini. La prima volta notai una persona in carrozzina in attesa. Alla seconda corsa, era ancora lì. Alla terza corsa, un’ora e mezza dopo… era sempre lì, ferma ad aspettare un mezzo accessibile che non arrivava mai. Io guidavo un’auto standard e provai una frustrazione enorme per la mia impotenza. Oggi il mio obiettivo è ribaltare quella scena. Per me ‘Sensibilità’ significa far sì che chi sale a bordo non si senta un problema da gestire, ma un cliente accolto e ascoltato. Ma l’empatia da sola non basta: deve trasformarsi in soluzioni. Per questo a settembre ho lanciato una petizione su Change.org per proporre il ‘Passaporto Digitale’ per le carrozzine. Serve per avere un abbinamento sicuro e immediato tra la persona e il veicolo adatto alle sue necessità, evitando attese estenuanti. E devo dire che la risposta è stata incredibile: abbiamo già superato le 26.000 firme! Colgo l’occasione per invitare chi ci legge a cercarla su Change.org e firmarla. Più siamo, più la nostra voce sarà forte e ascoltata.” ​Ivan Loriso: Ricevi più richieste da persone con disabilità motorie o anche da anziani? Marco: “La bellezza di questo lavoro è che nessuna giornata è uguale all’altra. Il mio è un taxi per la ‘mobilità universale’, il che significa che è un servizio rivolto davvero a tutti. Ci sono giorni, magari nel fine settimana, in cui lavoro tantissimo con i turisti in visita a Roma. Durante la settimana, invece, le richieste cambiano: ricevo molte chiamate sia da anziani che da persone con disabilità motorie, spesso per raggiungere cliniche o ospedali. È un servizio vitale per la loro quotidianità. A Roma, tantissime persone non sono ancora a conoscenza dell’esistenza di questi taxi attrezzati. Molti anziani o ragazzi rinunciano a muoversi perché semplicemente non sanno che c’è una soluzione. Dobbiamo far sapere a tutti che questa possibilità c’è. Ivan Loriso: Se dovessi definire il tuo taxi con una parola sola, quale sarebbe? Marco: “Normalità. So che può sembrare una parola banale, ma per chi vive una disabilità motoria, oggi, la normalità è spesso il traguardo più difficile da raggiungere. Attualmente, quando una persona in carrozzina riesce a trovare un mezzo attrezzato senza dover aspettare ore  e torno con la mente a quell’immagine alla Stazione Termini, sembra quasi di aver assistito a un miracolo o a un colpo di fortuna. Ma l’accessibilità non può essere una lotteria. ​Normalità significa poter decidere all’ultimo minuto di uscire a mangiare una pizza o fare una visita medica senza l’ansia di come arrivarci. Voglio che il mio veicolo non venga più etichettato come ‘il taxi per disabili’, ma semplicemente come un taxi. Un mezzo al servizio di tutti. ​Però, Ivan, fammi aggiungere una cosa importante su questo sogno di una Roma davvero accessibile. Se oggi non è ancora la ‘normalità’, è anche perché ci sono ostacoli enormi per noi tassisti. Trasformare una macchina installando il pianale ribassato costa circa 15.000 euro. È una cifra che scoraggia tantissimi colleghi che magari vorrebbero abbracciare questa causa. In più, al momento siamo quasi obbligati a scegliere solo auto diesel, perché la modifica al pianale andrebbe a intaccare le batterie dei mezzi ibridi o elettrici. E considerando che da gennaio di quest’anno il diesel è arrivato a costare più della benzina, i costi di gestione sono diventati altissimi. ​Per far sì che l’inclusione diventi davvero la normalità, servirebbe un sostegno concreto per i tassisti che sposano questa causa, e mi auspico che arrivino presto degli aggiornamenti sulle vetture per darci più scelta. Solo lavorando insieme su questi aspetti il mio sogno potrà realizzarsi: una città dove chiamare un taxi accessibile sarà, per l’appunto, la cosa più normale del mondo.

 

Alessandro Calvi: La vita va vissuta e le difficoltà affrontate con il sorriso

La forza di chi accende la propria luce
Ci sono storie che non parlano solo di sport. Di coraggio. Di quella luce che ognuno di noi può scegliere di accendere, anche quando tutto sembra buio.
Alessandro Calvi, ingegnere, costretto su una sedia a rotelle da una malattia neurologica, non sapeva nuotare. L’acqua era un elemento sconosciuto, quasi ostile. Eppure dentro di lui c’era un sogno preciso: circumnavigare a nuoto l’isola Gallinara, davanti ad Albenga. Un sogno che sembrava impossibile. Ma impossibile è solo una parola, quando incontri le persone giuste e decidi di non arrenderti.
Allenamento dopo allenamento, sotto la guida attenta degli istruttori della piscina comunale di Albenga, con il supporto di medici, fisioterapisti, volontari e della Lega Navale, Alessandro ha imparato prima a galleggiare, poi a fidarsi dell’acqua, poi a nuotare. Ha trasformato la paura in forza, la fatica in determinazione. E l’8 luglio 2018 quel sogno è diventato realtà: Alessandro ha compiuto il giro completo dell’isola a nuoto.
Non è stata solo un’impresa sportiva. È stato un messaggio potente: i limiti spesso non sono nel corpo, ma nella testa. E quando scegli di reagire, quando scegli di provarci davvero, puoi superare confini che sembravano invalicabili. Alessandro vuole essere protagonista della propria vita, non spettatore delle difficoltà. La sua storia ci ricorda che la felicità non è assenza di problemi, ma presenza di coraggio. E allora sì, Alessandro non ha solo circumnavigato un’isola. Ha attraversato la paura. Ha superato il pregiudizio. Ha acceso una luce.
Questo articolo è dedicato ad Alessandro Calvi