Human Frequency: le storie diventano suono

Ci sono storie che non nascono per diventare semplicemente un racconto.
Ci sono storie che diventano vibrazioni, emozioni, connessioni capaci di attraversare le persone. È da questa idea che nasce Human Frequency, il nuovo progetto creato da Ivan Loriso, autore del libro “La mia forza e la mia debolezza” e fondatore del blog abileconte.it⁠ insieme a Daniele D’Andrea, in arte Dekuma, producer e DJ originario di San Severo. È un progetto umano che vuole utilizzare l’arte, le frequenze sonore e la comunicazione emotiva per avvicinare soprattutto i più giovani ai temi sociali, all’inclusione e alla fragilità umana. Perché oggi parlare ai giovani significa anche trovare nuovi linguaggi. E la musica è uno dei linguaggi più potenti che esistano. Dietro Human Frequency ci sono due percorsi diversi, accomunati dalla stessa malattia e dalla stessa volontà di trasformare il dolore in qualcosa capace di generare valore umano. Da una parte Ivan Loriso, che negli anni ha raccontato attraverso il suo libro “La mia forza e la mia debolezza” e attraverso il blog il tema della disabilità, dell’accessibilità, dell’inclusione e della dignità delle persone fragili, cercando di costruire uno spazio capace di dare voce a storie spesso invisibili. Dall’altra parte Daniele D’Andrea, classe 1991, conosciuto artisticamente come Dekuma. La sua storia parte da San Severo e dalla musica elettronica. A soli 11 anni si avvicina al mondo del djing, trovando nella musica un rifugio dalle difficoltà familiari e dalla durezza della realtà quotidiana. A 15 anni inizia il suo percorso artistico nei club del centro-sud Italia, vivendo la musica elettronica come libertà, espressione e identità. Negli anni cresce artisticamente, collabora con diversi artisti locali, organizza eventi, crea il suo primo studio di registrazione e sperimenta nuovi linguaggi musicali tra elettronica e hip hop. Nel 2019 parte per la Germania, dove perfeziona le proprie competenze nel mixing e nella produzione musicale. Dekuma. Un nome che racchiude significati profondi. “DE” richiama la parola demielinizzazione, un aspetto che caratterizza la sua  malattia, ma anche il concetto di decibel e frequenza sonora. “KUMA”, invece, in giapponese significa orso, simbolo di forza interiore, resistenza e rinascita. Ed è proprio qui che il suo percorso incontra quello di Ivan Loriso. Due persone accomunate dalla malattia rara  CIDP (Polineuropatia infiammatoria demielinizzante cronica) , dalla sofferenza passata e presente, dalla fragilità e dalla volontà di non lasciare che il dolore resti soltanto qualcosa di privato. Ivan attraverso la scrittura, la sensibilizzazione e il racconto umano. Dekuma attraverso la musica, i bassi, le frequenze e le emozioni. Nasce così Human Frequency. Un progetto che vuole trasformare storie vere in connessione autentica. Un percorso artistico e sociale che utilizza la musica come strumento per parlare alle nuove generazioni di temi spesso considerati lontani o difficili: disabilità, depressione, solitudine, rinascita, salute mentale, inclusione e resilienza. L’obiettivo è far capire ai più giovani che dietro ogni persona esiste una storia che merita di essere ascoltata. Human Frequency vuole abbattere il muro tra intrattenimento e consapevolezza sociale. Vuole dimostrare che anche la musica elettronica, spesso vista soltanto come evasione o divertimento, può diventare un mezzo per creare empatia, riflessione e umanità. Perchè alcune frequenze riescono ad arrivare dove le parole da sole non bastano. Il primo singolo di Human Frequency uscirà a giugno 2026, segnando l’inizio ufficiale di un progetto che vuole trasformare la musica in uno strumento di connessione umana e sensibilizzazione sociale.

                                      

Si ringrazia lo studio Room 71016 di Pasquale lo Zito e Pasquale D’Agostino per la collaborazione e per il supporto.  

 

La spesa accessibile: una sfida quotidiana di cui si parla troppo poco

Quando si parla di accessibilità, spesso immaginiamo grandi temi: trasporti, viaggi, barriere architettoniche, turismo inclusivo. Tutto fondamentale. Ma la vera inclusione si misura soprattutto nella quotidianità, nei gesti più semplici, quelli che per molti sono automatici. Uno di questi è fare la spesa. Entrare in un supermercato dovrebbe essere un’azione normale, spontanea, libera. Eppure, per tante persone con disabilità, anziani o persone con difficoltà motorie temporanee, può trasformarsi in un percorso pieno di ostacoli invisibili agli occhi degli altri. Tornelli stretti, scaffali troppo alti, corsie difficili da attraversare, casse automatiche complicate, pavimenti scivolosi o passaggi alternativi poco chiari: piccoli dettagli che, sommati, possono togliere autonomia e serenità. Il problema non è soltanto fisico. Spesso pesa anche la sensazione di dover chiedere continuamente aiuto per compiere azioni che dovrebbero poter essere vissute in libertà. E quando l’autonomia viene meno, anche la semplicità delle cose cambia significato. Parlare di “spesa accessibile” significa allora parlare di dignità. Perché l’accessibilità non è un favore, ma un diritto che migliora la vita di tutti: delle persone con disabilità, dei genitori con passeggini, degli anziani, di chi vive un momento di fragilità temporanea. Una società davvero inclusiva nasce dall’attenzione ai dettagli. Dall’ascolto di chi vive ogni giorno certe difficoltà. Dalla capacità di progettare luoghi che non escludano nessuno. Migliorare è possibile.

 

Ripensare l’indipendenza: il diritto di vivere bene nella società

Per anni ci hanno insegnato che essere indipendenti significa cavarsela da soli.
Non chiedere aiuto. Non avere bisogno di nessuno. Dimostrare continuamente forza, autonomia, controllo.
Ma la realtà è diversa. Ogni persona, ogni giorno, dipende da qualcosa: da un mezzo di trasporto, da una tecnologia, da un affetto, da un collega, da un servizio, da una mano tesa nei momenti difficili.
Ed è proprio questa rete invisibile di relazioni e supporti che rende possibile la vita nella società.
Forse allora il vero significato dell’autonomia non è fare tutto da soli, ma poter scegliere.
Scegliere come vivere. Scegliere quando chiedere aiuto senza sentirsi sbagliati. Scegliere chi avere accanto e costruire relazioni basate sulla reciprocità, non sulla vergogna. Per molte persone con disabilità, il problema non è la dipendenza in sé, ma un mondo che spesso non offre alternative accessibili, ambienti flessibili o strumenti adeguati. È lì che nasce il disagio: non nel bisogno, ma negli ostacoli.
Essere davvero indipendenti significa poter vivere con dignità, serenità e libertà, senza dover dimostrare continuamente di meritare il proprio posto nella società. Perché chiedere aiuto non toglie valore a una persona. La rende semplicemente umana.

Siamo tutti grati ad Alex Zanardi

Ci sono storie che non si limitano a essere raccontate. Restano. Si insinuano dentro, cambiano il modo in cui guardiamo le difficoltà, ci obbligano a rimettere a fuoco il senso stesso della parola “resistere”. La storia di Alex Zanardi è una di queste.
Zanardi non è stato solo un campione dello sport. È stato, un simbolo concreto di ciò che significa cadere e trovare, ogni volta, un motivo per rialzarsi. Dopo l’incidente del 2001 che gli costò entrambe le gambe, il mondo si fermò per un attimo. Ma lui no. Lui ha scelto di ripartire, di reinventarsi, di tornare a vivere con una forza che non si insegna, ma si trasmette. Per chi vive una condizione di fragilità fisica, emotiva o esistenziale  la sua storia non è solo ammirazione. È specchio. È possibilità. È la dimostrazione che anche quando tutto sembra spezzato, qualcosa dentro può ancora ricomporsi, più forte di prima.
La sua carriera nella handbike, le vittorie paralimpiche, il sorriso mai perso: ogni tassello racconta una verità semplice e potente  non siamo ciò che perdiamo, ma ciò che scegliamo di costruire dopo. E poi c’è il suo libro,  un dialogo sincero con la vita. Una dichiarazione d’amore verso ciò che resta, verso ciò che può ancora nascere, nonostante tutto.  Zanardi ci ha insegnato che la forza non è assenza di dolore. È la capacità di attraversarlo senza smettere di credere. Di credere che una strada, anche diversa da quella immaginata, esiste ancora. E forse è proprio questo il suo insegnamento più grande: non mollare non è un atto eroico. È una scelta quotidiana. 
Una scelta che, grazie a lui, oggi sappiamo di poter fare anche noi. Ciao Alex…grazie di tutto