Marta, con la sindrome di Down, porta la sua voce fino all’ONU

Voglio scegliere per me 
Una storia di autonomia, diritti e autodeterminazione arriva dall’esperienza di Marta Sodano, giovane donna con sindrome di Down che ha avuto l’opportunità di portare la propria testimonianza fino alla sede delle Nazioni Unite. Il suo messaggio è chiaro: le persone con disabilità devono poter scegliere per la propria vita. Marta ha raccontato un percorso fatto di difficoltà ma anche di importanti conquiste. Durante l’infanzia e l’adolescenza ha dovuto affrontare momenti complicati, tra cui episodi di bullismo e pregiudizi legati alla sua condizione. Tuttavia, grazie al sostegno della famiglia e di chi ha creduto nelle sue capacità, è riuscita a costruire il proprio percorso di autonomia, arrivando oggi a lavorare e a partecipare attivamente a iniziative dedicate ai diritti delle persone con disabilità. Nel suo intervento Marta ha ribadito un concetto fondamentale: l’autodeterminazione. «Voglio scegliere per me», ha dichiarato, sottolineando quanto sia importante che le persone con disabilità possano prendere decisioni sulla propria vita, senza essere sostituite nelle scelte da altri. Un tema che riguarda da vicino il dibattito sui progetti di vita e sull’inclusione sociale. Spesso, infatti, il rischio è quello di un eccesso di protezione che, pur nascendo da buone intenzioni, finisce per limitare le possibilità di crescita e di autonomia delle persone con disabilità. La testimonianza di Marta sarà al centro anche di un incontro pubblico dedicato proprio ai percorsi di autonomia e inclusione, con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di garantire a tutti le stesse opportunità. La sua storia rappresenta un esempio concreto di come l’inclusione non sia solo un principio, ma un processo che passa attraverso il riconoscimento dei diritti, della dignità e della libertà di scelta di ogni persona. Una voce che, partita dalla vita quotidiana, è arrivata fino alle Nazioni Unite per ricordare un principio semplice ma essenziale: ogni persona ha il diritto di essere protagonista della propria vita.

Inclusione non è uno slogan. È normalità.

Inclusione non ha bisogno di slogan
Spesso parliamo di disabilità e inclusione. Se ne parla nei dibattiti, nelle scuole, nei social, nei programmi televisivi. Eppure, troppo spesso, ciò che viene chiamato “inclusione” rischia di trasformarsi in rappresentazione. Mi è capitato di vedere persone con disabilità intellettiva ospitate in TV con addosso magliette con scritte che richiamano l’uguaglianza e inclusionre. Un messaggio che vorrebbe essere rassicurante. Positivo. Accettabile. Ma mi chiedo: perché c’è bisogno di dirlo?
Se devo sottolineare che “sono come te”, significa che, inconsciamente, sto tracciando una linea. Sto marcando una distanza. Sto evidenziando una differenza che non dovrebbe aver bisogno di essere giustificata. L’inclusione vera non ha bisogno di slogan stampati. Non ha bisogno di enfatizzare la fragilità per renderla visibile. Non ha bisogno di trasformare le persone in simboli. L’inclusione autentica è normalità. È invitare una persona per quello che sa fare, non per ciò che rappresenta.

È raccontare storie senza costruire eroi o vittime. La disabilità non è una scenografia.
Non è un contenuto emotivo da share. È parte della vita. E la vita, quando è vissuta insieme, non ha bisogno di spiegazioni. Forse il vero passo avanti sarà il giorno in cui non dovremo più scrivere “sono come te”. Perché avremo capito che nessuno deve dimostrare di esserlo. L’inclusione non si indossa. Si pratica. Ogni giorno. Con naturalezza. Ivan Loriso e Marco Fasanella
Fondatore e Collaboratore di Abileconte.it


 

Alessandro Calvi: La vita va vissuta e le difficoltà affrontate con il sorriso

La forza di chi accende la propria luce
Ci sono storie che non parlano solo di sport. Di coraggio. Di quella luce che ognuno di noi può scegliere di accendere, anche quando tutto sembra buio.
Alessandro Calvi, ingegnere, costretto su una sedia a rotelle da una malattia neurologica, non sapeva nuotare. L’acqua era un elemento sconosciuto, quasi ostile. Eppure dentro di lui c’era un sogno preciso: circumnavigare a nuoto l’isola Gallinara, davanti ad Albenga. Un sogno che sembrava impossibile. Ma impossibile è solo una parola, quando incontri le persone giuste e decidi di non arrenderti.
Allenamento dopo allenamento, sotto la guida attenta degli istruttori della piscina comunale di Albenga, con il supporto di medici, fisioterapisti, volontari e della Lega Navale, Alessandro ha imparato prima a galleggiare, poi a fidarsi dell’acqua, poi a nuotare. Ha trasformato la paura in forza, la fatica in determinazione. E l’8 luglio 2018 quel sogno è diventato realtà: Alessandro ha compiuto il giro completo dell’isola a nuoto.
Non è stata solo un’impresa sportiva. È stato un messaggio potente: i limiti spesso non sono nel corpo, ma nella testa. E quando scegli di reagire, quando scegli di provarci davvero, puoi superare confini che sembravano invalicabili. Alessandro vuole essere protagonista della propria vita, non spettatore delle difficoltà. La sua storia ci ricorda che la felicità non è assenza di problemi, ma presenza di coraggio. E allora sì, Alessandro non ha solo circumnavigato un’isola. Ha attraversato la paura. Ha superato il pregiudizio. Ha acceso una luce.
Questo articolo è dedicato ad Alessandro Calvi